venerdì, settembre 11

Il viaggio (seconda parte)


sesto giorno
il mattino si apre sulla scelta d'una nuova meta. La compagna di viaggio lascia a me, come sempre, decidere. E il naturale istinto al comandare, organizzare, fare, si spegne. Scivola nella luce dell'alba, mentre percorro la collina di Enfola cercando i primi raggi di sole.
Dove andare?
L'anima si stropiccia, l'io invoca di vedre tutto. Ma proprio tutto. Che importa, pochi giorni, tanto da vedere... non si sa mai, se si può tornare.
Questo si, è importante.
Ma mi appago, finalmente, lasciando che la gola  si sazi delle meraviglie delle Ghiaie. 
Un mare più silenzioso che a Sansone. Un profumo più elusivo. 
Stormi di pesci che, nell'acqua di cristallo, specchiano il volo dei gabbiani.

Lascio tra i sassi ovali il bisogno di correre altrove.
Torno, il pomeriggio, a godere con altri occhi, tranquilli specchi dei voli rovesciati, lo stesso mare.
No, forse non più lo stesso. Ed io... non più la stessa.



settimo giorno
sono sola, al di sotto delle nuvole. 
Un pescatore scivola nell'acqua con blandi colpi di remo, solo anch'egli sul finire della notte. Un rumore che non arriva, incatenato dalla distanza e dal più netto battere dell'onda sulla roccia.
Ritorna alla mente l'immagine di me, arrampicata sui faraglioni in Algarve, a rischiarmi la vita per una foto a rischiarmi la vita, solo per sentirmi forte d'essere arrivata là.
Oggi lascio che questa parte di me si riposi, non sapendo bene se debba anch'essa sbiadire tra le immagini di questo viaggio.
Non ho bisogno di provare a me stessa quanto sono forte, perchè la forza non la misuro più col rischio. La misuro sulla placidità del rimanere costante. Sui tre minuti d'esercizio, portati fino alla fine.



 Sulla voce, che va e viene accompagnando il mare. 
Il rischio che preferisco adesso, è perdere tutto, per esere se stessi.  
Un perdere la vita conosciuta, ritrovandosi al mattino allo spechcio.

(siamo partite con calma, arrivando a tempo al traghetto. Non fosse che il tempo era... troppo per tempo. Così abiamo atteso all'ombra e smarrito, vedi il destino che ci vuole giocare alle volte, il traghetto giusto, ancorato altrove. Ad un viaggio così mancava giusto un imprevisto, per essere perfetto!)

giorno otto
la compagna del'isola è tornata a casa.
  Lila si siede sulla riva di fronte all'Argentario. La terra di qui è casa, lo spazio di qui, è lo spazio del mio cuore, forse non allargato ma così più grande, ora che è ramazzato da vecchie storie. 
C'è un tempo, questo, per lasciare che le cose si mettano a posto da sole. 
Un tempo per sedersi accanto al mare, ed aspettare...


(vorrei tacere, ma non posso, sull'ultima sera, tra il nono e il decimo giorno mi sono recata alla Feniglia, cosa che sognavo da tempo, e se è  forse sconsigliabile parlar male del campeggio... posso almeno non parlarne bene!
La spiaggia e la pineta sono purtroppo mal tenute  emaltrattate dagli incivili, ma il posto in sé è veramente meraviglioso e merita d'essere visto)

 

  

 

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